notes on infrantumi
...l’idea originaria era quella di fare un disco di rock & roll (e per rock & roll intendo quello degli esordi e quello di tutti quei momenti in cui esso torna ad una certa sua primitiva immediatezza e brutale semplicità) cioè essenzialmente: ripetizione (un tempo costante, un basso ossessivo, un riff, due o tre accordi, qualche frase). Più che un disco intendevo fare un documentario su un dico di rock & roll, o meglio ancora: un documentario su un gruppo che suona rock & roll. I dodici brani di infrantumi non sono che questo.
infrantumi abbandona sin dall’inizio l’idea di composizione, il musicista non è colui che crea, decide e coordina una struttura musicale (noi rifiutiamo il concetto di musica come struttura), egli si limita ad innescare dei meccanismi per cui la musica possa comporsi da sé (musica come processo). Perché ciò sia consentito il musicista deve necessariamente farsi da parte e limitare al massimo ogni sorta d’intenzione (distruzione dell’io vs autorappresentazione); solo il silenzio è privo d’intenzione (imparare a tacere).
In infrantumi non troviamo una spersonalizzazione della volontà creatrice attuata mediante l’utilizzo di macchine (che comunque non sono mai realmente automatiche, ma rispondono a una logica imposta dall’uomo), ma attraverso l’uso di ciò che ritengo massimamente privo d’intenzione: il silenzio. Il musicista si limita a decidere quanto silenzio deve esserci fra un evento sonoro e un altro (evento che ripetendosi identico a se stesso diviene a questo punto insignificante); il musicista suona il silenzio (inoltre egli suona sempre in rapporto al silenzio, non ascoltando gli altri strumenti).
Tutte le sezioni ritmiche (basso, chitarra e batteria) sono state costruite in questo modo, a queste, in alcuni brani, sono state sovrapposte delle improvvisazioni collettive (musica intuitiva) per restituire un certo grado di naturalezza e immediatezza che ritengo caratteristiche proprie del rock & roll. Per limitare al massimo le possibilità di autorappresentazione (purtroppo tanto cara agli improvvisatori) abbiamo usato chitarre appositamente scordate (bisognerebbe riflettere su questo ultimo termine, le chitarre dotate di memoria !?), sintetizzatori analogici (difficili da controllare) e percussioni poco affidabili, il microfono è stato posto casualmente in vari punti della sala; abbiano inoltre utilizzato differenti tecniche per alterare la nostra condizione psicofisica. Dal punto di vista strettamente musicale abbiamo tentato di rendere il meno spettacolari possibile i nostri interventi (quindi più rumori parassitari che accordi, ritmi o scale), personalmente ho sempre iniziato a suonar senza avere alcuna idea sul da farsi, tentando più dei sound-check dello strumento piuttosto che delle sequenze armoniche o ritmiche. Tengo a ribadire che gli Starfuckers sono comunque un gruppo che per tradizione, tecnica e cultura fa riferimento esclusivamente al rock & roll (insomma non siamo capaci a suonare).
Per quanto riguarda i testi, che ho scritto in un paio di giorni, ho fatto riferimento esclusivamente a delle immagini che avevo memorizzato durante le sessioni di registrazione, in un certo senso essi non fanno altro che commentare la musica, in sostanza: le didascalie di un documentario.
Mi rendo conto che tutto questo procedimento non è altro che una tecnica compositiva, i singoli brani, una volta registrati e quindi in un certo modo scritti, potrebbero essere tranquillamente eseguiti così come sono venuti fuori, ma questo a noi non interessa...
Bologna 11 novembre 1997
manuele giannini
... Sinistri, almeno nelle intenzioni, voleva riassumere entro i suoi sette brani alcune delle più significative tecniche compositive di questo secolo: dodecafonia, serialità, minimalismo, jazz modale, musica aleatoria, concreta e elettroacustica, rendendo tali tecniche assimilabili alla struttura semplice e ripetitiva del rock & roll e nello stesso tempo praticabili a livello esecutivo da musicisti volontariamente o involontariamente dotati di scarso bagaglio tecnico (un gruppo rock); infrantumi vuole invece andare alla ricerca di qualcosa di completamente nuovo.
Nei tre anni intercorsi tra Sinistri e infrantumi ho ricercato una tecnica compositiva che fosse il più vicino possibile al tradizionale procedimento con cui un gruppo rock compone un brano: durante le prove in una sala; in pratica cercavo un principio generatore, pari alla pentatonica blues ad esempio, che mi consentisse di produrre quasi automaticamente dei brani di rock & roll, inoltre mi interessava che questo principio mi costringesse, come musicista, ad operare il meno possibile e soprattutto a rinunciare all’intenzione.
Ho trovato tale principio generatore nel silenzio (o nel vuoto), o meglio nella funzione violenta e disgregatrice che può assumere il silenzio.
L’utilizzo strategico del silenzio ci ha permesso di superare quei tabù che riteniamo assolutamente nocivi a quello che noi consideriamo musica.
Con questo disco noi intendiamo: superare il tabù della musica come struttura per elaborarla come processo; superare il tabù della sincronia; superare il tabù dell’intonazione; liberarci dal nostro proprio io (musicale).
Superare quindi non ogni limite, ma l’idea stessa di limite...
Bologna 18 novembre 1997
manuele giannini
Un disco è un disco, non un’altra cosa. Per registrare un disco ci vogliono delle apparecchiature adatte a trasferire suoni su un determinato supporto. Le apparecchiature e i supporti non sono neutri, non sono innocenti, lasciano tracce di sé; è chiaro, procedono mascherati, fingono di non esserci, ma ci sono.
Per questo lasciamo le loro tracce nella nostra musica, per ricordare a chi l’ascolta che sta ascoltando un disco, e un disco è un disco.
Bologna 15 dicembre 1997
manuele giannini